CRONACHE DALLA POLTRONA

Cosette, cosine e cosone che ho visto/letto/ascoltato

di :)

Pasqualino Suppa

  • “Trap” è quattro film in uno

    “TRAP” È QUATTRO FILM IN UNO

    (non guardare ai mostri se non vuoi diventare uno di loro…)

    Ci voleva proprio questa vagonata di cinema  mirabilmente concentrata tutta in un solo film deliziosissimo a ravvivare la programmazione estiva altrimenti dominata da sequeloni e edizioni in franchise dei supereroi d’ordinanza di stretta osservanza Marvel e/o Pixar.

    In una freschissima sala 4 del Cine Città Fiera di Udine al primo spettacolo pomeridiano c’eravamo solo io e una manciata di 15/20enni (bravi fioi!).

    Non so esprimere godimento più grande di andare al cinema al freschissimo in un assolato e sonnolento pomeriggio d’estate per vedere un cavolone di filmone stratosfericone.

    Perché sì, questo “TRAP” del geniaccio M. Night Shyamalan (indiano di nascita ma americano di crescita) ci regala 105 minuti di fottuta goduria cinematografica.

    Che ti posso dire? Attenzione che da qui in poi questa recensione diventa una TRAP di spoilerini….

    TRAP è la trappola che scatta in un palazzettone dello sport in zona Philly (vicino Toronto nella realtà) a un concerto della Lady Gaga del momento, una  ispiratissima Lady Raven bravamente interpretata dagli occhioni intensi di Saleka Shyamalan (sì, è la figlia di) dove un mastodontico e imponente dispositivo di sicurezza viene approntato per catturare il sanguinario serial killer del momento, il ferocissimo Macellaio.

    Il vigile del fuoco Cooper (un bistecconato ma ancora che je l’ammolla alla grande, Josh Hartnett) accompagna la sua amatissima bionda tenerella figlioletta 13enne con problemi di bullismo Riley (una superbravissima Ariel Donoghue) al concerto di Lady Raven e comincia a notare che ci sono fiumane di sbirri, security, corpi speciali, vigili urbani, guardie di ogni ordine e grado e ogni altro tipo di forza dell’ordine esistente in ogni fottuto angolo del fottuto palazzetto dello sport. Persino il personale dedito ai servizi è stato istruito. 

    Il film comincia con il “film” della ragazzetta Riley che va al concerto col papone adorato. Poi diventa il film di Cooper paparino antibullismo. Poi diventa il film di Lady Raven che nel dopoconcerto cerca di salvare la vita della imminente vittima del serial killer. Poi diventa il film del feroce (ma tanto feroce) Macellaio e della sua famiglia. Non dico altro ma sono sicuro che forse ti sta venendo una voglia matta di andarlo a vedere!

    Ragazzi, 4 film in uno che solo quel cavolo di genio di M. Night Shyamalan (pseudonimo di Manoj Nelliyattu Shyamalan) ci poteva regalare. La sua regia è davvero molto evoluta, i punti macchina sono spesso stranianti ma mai eccessivi o fini a se stessi, la costruzione delle scene spazia dalla tensione alla Hitch a scene da action movie a inquadrature da Kammerspiel in una apparentemente sobria (in superficie) ma fantasmagorica giostra di situazioni che via via ci portano dentro dentrissimo la vita, il corpo e la mente del serial killer maniaco pazzo omicida sadico sanguinoso e… gli si vuol tanto bene!!!

    Anche i numerosi personaggi secondari come, ad esempio, la tranquilla Rachel moglie di Connor (la biondina Alison Pill) che poi tanto tranquilla non è, e il personaggio della anziana “cuore di pietra” profiler del FBI Josephine Grant (Hayley Mills) sono tratteggiati con cura per il dettaglio e sono (assai) funzionali a tutta la narrazione filmica, e qui si nota anche la generosità e il mestiere di Shyamalan che per ogni personaggio anche solo secondario cesella finemente scene e scrittura.

    E fatemelo dire: “TRAP”  è davvero un capolavoro di scrittura e di regia con continui colpi di scena ed è anche molto molto divertente.

    Una nota simpatica: il nostro cazzuto M. Night Shyamalan compare nel suo  stesso film interpretando un piccolo ma azzeccatissimo ruolo, lo zio della popstar Lady Raven… Alfred Hitchcock scansate proprio! 

    Chiudo con una quasi citazione del nostro quasi amico Nietzsche che pare ritagliata apposta per questo filmone: “Non guardare i mostri se non vuoi diventare uno di loro, e se guardi nell’abisso anche l’abisso guarda in te.”

    Pasqualino Suppa

  • Ok Sacile Estate, ma mi sono ricordato di Brachetti

    OK SACILE ESTATE, MA MI SONO RICORDATO DI BRACHETTI!

    In occasione della presentazione del programma di Sacile Estate dove ci sono anche tre serate molto carine dedicate all’intrattenimento (qui tutto il gustoso programma: https://www.visitsacile.it/wp-content/uploads/2024/05/Sacile-Estate-2024-programma.pdf) abbiamo scambiato due parole con il curatore di questi eventi speciali fuori cartellone, l’esperto Renato Manzoni che ci ha tracciato un bilancio assai positivo dell’ultima stagione allo Zancanaro con un incremento dello sbigliettamento e grandi riconoscimenti anche istituzionali compresa l’inclusione del teatro sacilese nella lista dei teatri di interesse nazionale. 

    Ho approfittato di quest’occasione per chiedere informazioni su un delizioso spettacolo, sempre curato dall’ineffabile Manzoni, che mi aveva molto colpito e che avevo visto qualche tempo fa: SOLO di Arturo Brachetti. 

    Ben 4 tir autoarticolati pieni zeppi di materiale scenico e oltre 35 persone (di cui 15 dello staff dell’artista) per mettere in scena questo eccezionale (quasi) one man show!

    Ah, “SOLO”, il deliziosissimissimo spettacolo di Arturo Brachetti, perché, ovviamente, cosa c’è di meglio che vedere un tizio cambiarsi più costumi e abiti di una diva alla settimana della moda? Preparatevi a entrare nella magia intensa e scanzonata della “casa” segreta di Brachetti, un luogo che sfida ogni concetto di spazio e tempo, probabilmente perché anche lui non riesce a trovare un armadio abbastanza grande per tutti quei vestiti.

    Oltre 60 personaggi prendono vita, perché chi ha bisogno di amici reali quando puoi essere circondato da decine di tuoi alter ego? E ogni stanza racconta una storia diversa, come se fosse un Airbnb tematico per personalità multiple. Il nostro eroe apre le porte di ogni camera, in un tour guidato del suo ego, trasformando il palcoscenico in un mondo di meraviglie che sembra uscito da un coloratissimo e illustratissimo libro pop-up per adulti.

    La scenografia? Un sagacissimo mix tra il tradizionale e il videomapping, creando un’atmosfera così surreale che ti chiederai se quello che stai vedendo è reale o se hai appena bevuto il cocktail a base di funghetti al bar del teatro. E non dimentichiamo le tecniche “povere” e molto poetiche come il sand painting (ha composto anche un quadretto personalizzato con un saluto dedicato a Sacile!) O l’uso creativo del raggio laser, che sono lì per ricordarti che, sì, anche la sabbia e le luci possono essere artistiche se le guardi abbastanza a lungo e a maneggiarle c’è quel geniaccio gentile e ispirato di Arturo B.

    E poi ci sono i numeri: 6 stagioni, 720.000 spettatori, 600 repliche, 140 teatri, 12.000 foto post-show, sold out ovunque e standing ovation a non finire. Perché nulla dice “successo” come una lista infinita di statistiche, giusto? A 62 anni, Brachetti, pur avvertendo con dolce malinconia lo scorrere del tempo, continua a incantare, facendo tornare bambini i genitori e probabilmente facendo chiedere ai bambini: “Ma chi è quel signore che cambia vestiti più velocemente di mamma e zia messe assieme?”

    Tra le sorprese dello show, un duello con il laser che ti farà pensare di essere finito in una partita tra Space Invaders e Star Wars e le sue pazzesche “semplici” ombre cinesi, che sono diventate un must, come il sushi o gli avocado toast. E non dimentichiamo Kevin Moore, letteralmente l’ombra di Arturo,(vedere per credere!) che dona quel tocco di umorismo surreale e di guascona poesia malinconica che con levità regala spessore e profondità al fantasmagorico spettacolo di trasformismo.

    In conclusione, “SOLO” è un’esperienza teatrale very very multitasking che ti coinvolge e sorprende, soprattutto quando ti rendi conto che hai appena passato due ore a guardare un tizio fare quello che molti fanno ogni mattina: vestirsi. 

    Il mitologico Arturo Brachetti from Torino ci mostra che dentro ognuno di noi c’è una casa segreta dove tutto è possibile, soprattutto se hai una buona squadra di scenografi e assistenti dietro le quinte e sei un fottuto genio.(Leopoldo Fregoli scansati!)

    Con la sua energia inesauribile e il suo talento straordinario, trasforma ogni serata in un evento magico, e quella magia ti resta in circolo e te la porti volentieri e con gioia a casa. 

    Lunga vita ad Arturo nostro!!

    Pasqualino Suppa

  • “Locust”: Un Melodrammone Nero tra le Ombre di Taipei**

    “LOCUST”: UN MELODRAMMONE NERO TRA LE OMBRE DI TAIPEI – speciale Cannes 2024 –

    Presentato all’interno della Semaine De La Critique a Cannes 2024, questo film ”Locust” di Keff, giovane cineasta (classe 1991) taiwanese/americano, cresciuto a Hong Kong e che si è formato presso la scuola di cinema di Spike Lee, ci porta in un viaggio nei meandri di una Taipei notturnissima e iper delinquenziale, dipingendoci un noir intenso e melodrammatico che è quasi un romanzone di formazione maledettissimissimo.

    Il film si sviluppa come una parabola moraleggiante costellata di traumi familiari, soprusi sociali, contrapposizioni tra povertà e ricchezza, gangster, pupe, eccessi, corruzione, techno music, e comincia in una lavanderia a gettone con uno sfondo chiaro e cronachistico: una tv accesa trasmette un servizio di un tg taiwanese legato ai fattacci sanguinolenti cinesi relativi alla ripresa di Hong Kong del 2019. 

    Il parallelo con l’attuale situazione di Taiwan arriva immediato e urgente e questa dimensione di cronaca riportata con una certa insistenza durante tutta la lunghezza (importante) del film contribuisce a creare un climax di insicurezza e incertezza in una città che, sebbene ritratta in modo iperbolico e notturnamente parziale, riesce comunque a catturare l’attenzione.

    Per onestà intellettuale devo però aggiungere che amando e conoscendo abbastanza bene Taipei, posso assicurare che il livello di realismo per quel che riguarda gli aspetti criminali credo rasenti la pura fantasia.

    Come ha sottolineato il giovane regista Keff all’inizio della proiezione, “Locust” è un melodramma nero che affronta temi di crescita personale e inquietudine giovanile. In modo classicistico e metaforico, mi pare che il film rifletta l’ansia crescente tra i giovani taiwanesi di fronte alla supremazia cinese, in un contesto socio-politico in rapida e forse impredittibile evoluzione. Taiwan, con il suo peculiare status politico, è attraversata da tensioni fortemente oscillanti tra un desiderio di indipendenza e il mantenimento dello status quo.

    Il film segue la storia di un giovanissimo lavapiatti muto, Zhong-Han, ma non sordo!, (il bravo attore taiwanese Liu Wei-Chen), proveniente da un paesino della provincia che si trasferisce in città per aiutare i suoi quasi genitori adottivi nella loro umile trattoria. La tranquillità della sua dura ma serena vita da poveraccio viene presto sconvolta dal suo stesso disagio giovanile e dalle cattive-cattivissime amicizie, oltre che dall’arrivo di un super villain mega cattivone capitalist-immobiliarist-mafios-stronz-imprenditore che acquistando tutto l’isolato ove c’è il ristorantuccio casalingo, con metodi da intimidazione mafiosa Sicilia anni ’80, manda violentemente a remengo tutti i pochi e poverissimi punti fermi di questo giovanotto forte ma piuttosto introverso. Tutti gli eventi porteranno a proiettare lo sventurato afono e nerovestito lavapiatti muto nell’occhio di una fitta  spirale di violenza e criminalità dissennata praticata e subita in giro per i Family Mart (una sorta di tipici supermarket aperti h24) e per i club di Taipei a ritmo di musica techno dal sapore super berlinese.

    La regia e la messa in scena è di stampo assai classico ed europeggiante con qualche trovata qua e là e c’è un’ottima fotografia e effettivamente il film comunque è di livello e anche il cast è scelto con cura, anche se i ruoli minori mostrano qualche segno di rigidità tipicamente asiatica e ingenuità macchiettistica.

    Nonostante la rappresentazione eccessiva della delinquenza e della iper violenza, che non rispecchiano affatto la realtà di Taipei, il film utilizza questi espedienti narrativi per raccontare un malessere profondo. Lo stesso regista ha ribadito prima della proiezione alla Croisette in una sala Lumiére pienissima, che non dobbiamo pensare a Taiwan solo come una fonte di semiconduttori o come una semplice espressione geografica a sud della Cina, ma come un’isola di 23 milioni di abitanti che lottano per la loro identità.

    Come accennato, il film è infarcito di continui rimandi ai notiziari taiwanesi del 2019, durante i tumultuosi mesi in cui la Cina riprendeva il controllo su Hong Kong con grande uso della violenza. Le immagini giornalistiche di poliziotti che a manganellate reprimono studenti disarmati introducono il pubblico in un mondo di sangue e scontri, intensificando l’atmosfera del film.

    Tra i momenti di violenza gratuita, emergono anche segmenti di gioia e amore, soprattutto nelle scene che coinvolgono la bellissima e convincente deliziosa giovane attrice Rimong Ihwar che interpreta un ruolo secondario ma memorabile. Il suo sguardo penetrante e i suoi grandi occhioni mandorlati catturano il cuore degli spettatori, aggiungendo un tocco di dolcezza e “ammore” al quadro oscuro.

    L’antagonista, (interpretato dal bellone taiwanese Devin Pan), è un amico fraterno e inizialmente fedele del protagonista, che poi diventa super cattivo… il suo personaggio è molto affascinante ma psicologicamente risulta poco approfondito. 

    Per essere un film d’esordio, “Locust” è sicuramente un prodotto più che buono, molto classico e “occidentaleggante” nella struttura e a suo modo cupamente rassicurante.

    Se volete farvi un’idea dell’attuale clima socio-politico a Taiwan, forse questo film non è il mezzo più indicato. Tuttavia, come opera prima di un giovane regista, offre un’esperienza cinematografica intensa e coinvolgente, capace di far riflettere e emozionare.

    Pasqualino Suppa

  • “I DANNATI”: western, spiritual e un pezzetto di Friuli che produce.

    “I DANNATI”: WESTERN, SPIRITUAL, E UN PEZETTO DI FRIULI CHE PRODUCE – speciale Cannes 2024

    Prima visione qui a Cannes in concorso nella sezione “Un certain regard” e premio per la migliore regia, questo film di Roberto Minervini, italiano di Fermo (AN) e americano newyorkese per meriti professionali, “I DANNATI” è ora anche in sala in Italia meritoriamente distribuito da Lucky Red di Andrea Occhipinti.

    Prendete, per ipotesi, una serissima troupe impegnata nella realizzazione di un tosto documentario osservazional-narrativo, di quelli alla Wiseman per capirsi, dove l’autore e il direttore della fotografia e il fonico si mettono a seguire con la telecamera, per mesi interi, interminabili giorni e notti, una situazione, una storia, un gruppo di persone, etc… Ecco prendete questi tizi cineasti qui e catapultateli assieme a tutti i loro accrocchi e attrezzature in un cosiddetto “ponte di Einstein – Rosen” ovvero un cunicolo spazio-temporale, (un wormhole dicono i fisici) dove con velocità superluminali possano comodamente raggiungere il 1862 ( N.d.R: l’anno di entrata in vigore della Lira italiana!) piombando in piena Guerra di Secessione in mezzo a una stropicciatissima guarnigione di volontari Nordisti incaricati di esplorare e presidiare le inospitali, fredde ed insidiose piane del Montana.

    Questa troupe torna a casa con ore ed ore di materiale girato con questi criteri: stando fianco a fianco all’oggetto da raccontare fino a “fondersi” con l’oggetto stesso, fino a farsi “assorbire” nelle situazioni, diventando la famosa “mosca sul muro” che tutto vede ma che nessuno nota più, affinchè i protagonisti si dimentichino completamente della presenza delle macchine da presa.

    Ecco prendete tutto questo materiale video raccolto con questo sistema qui e poi editatelo “cum grano salis”: saggiamente e con grande respiro art-house, ed ecco qui che abbiamo questo film intenso e ruvido in superficie ma  finemente levigato in profondità: “I DANNATI” di Minervini.

    Questo è un western atipico dove i militi nordisti sono quasi abbandonati a loro stessi esono sempre seri, seri e serissimi e fortemente e drammaticamente compresi e compressi nel loro essere/ruolo e dove, per noi umili spettatori, l’identificazione “osservazionale” è così forte che davvero ci dimentichiamo completamente che sono attori e che è un film di finzione.

    Una delle cose più intriganti di questo film è l’assenza di una rigida gerarchia militare tra i soldati. Non è subito chiaro chi siano gli ufficiali, i sottufficiali e le truppe. Sembrano tutti sullo stesso piano, in una guarnigione piuttosto compatta. Li vediamo spesso di spalle o in controluce, inquadrature che rivelano un meticoloso lavoro sull’uso delle ottiche. La fotografia è magistrale, con un ampio utilizzo di lenti anamorfiche e, credo, vintage, che offrono grandi profondità di campo e suggestive sfocature. Abbondano primi piani di barbe, zazzere e volti segnati dalla vitaccia, mentre i personaggi secondari variano dal brutto, al bruttisimo, al freak, con facce che sembrano uscite da un’altra epoca e da archivi casting decisamente poco convenzionali.

    Un aspetto notevole è anche la cura visiva riservata alle armi, descritte in modo realistico e dettagliato e ai costumi e props in generale, molto curati.

    Le musiche sono raffinatissime e ultra minimaliste, degne di lode al pari del suono, composto principalmente dai rumori della natura e delle battaglie, cavalli inclusi. Il film nel complesso è di una qualità tecnica effettivamente eccezionale.

    La trama del film potrebbe essere riassunta nella scena iniziale, una metafora del nonsense militarista che emerge dal film. Vediamo la carcassa di un capriolo divorata da un lupo, cui si aggiungono altri lupi, una scena cruda e naturalistica che riflette lo spirito del film. Non è un caso che il primo conflitto a fuoco che si vede nel film, circa 40 minuti dopo, sia il più significativo: non vediamo mai i nemici, solo i bagliori delle loro armi, seguiamo a livello del terreno di battaglia, da dietro, quasi sbirciando appena sopra le spalle dei nostri soldati.

    Ci sono momenti paesaggisticamente e emozionalmente splendidi, come quando alcuni soldati lavano i cavalli in un ruscelletto e li abbracciano con tenerezza. Questo rapporto quasi simbiotico con gli animali è molto toccante. Verso la fine, le conversazioni tra i soldati diventano più profonde, toccando temi esistenziali come l’esistenza di Dio, il giusto e lo sbagliato. Si interrogano sul perché Dio dica di non uccidere eppure loro uccidano. Questi uomini pur rudi e sicuramente poco o per niente scolarizzati, paiono raggiungere profondità esistenziali impressionanti, mostrando come la guerra porti a riflettere sul senso della vita.

    Il film è una co-produzione Italia-Belgio con il supporto degli Stati Uniti, di gran livello, meritando ampiamente la selezione a Cannes. In sala, non è per tutti: non aspettatevi una galoppata dall’inizio alla fine, è più un percorso spirituale che una corsa sfrenata.

    In questo notevole film c’è anche un po’ di Friuli Venezia Giulia, grazie a Okta Film di Trieste che con Paolo Benzi ha avuto accesso ai contributi della Friuli Venezia Giulia Film Commission. Questa cosa mi ha fatto riflettere che mi piacerebbe moltissimo vedere una storia simile, con gli opportuni adattamenti, che racconta le vicende di una guarnigione di Alpini persi nei Magredi in un paesaggio friulano così peculiare e di “frontiera”, vorrei proprio vederli mentre lavano i muli nelle pozze del Cellina-Meduna…

    Pasqualino Suppa

  • “Il secondo atto” colto sul fatto: Boris+Pirandello lost in Tagliamento?

    “IL SECONDO ATTO” COLTO SUL FATTO: BORIS+PIRANDELLO LOST IN TAGLIAMENTO?speciale Cannes 2024

    In questo evento ufficiale di apertura di Cannes 2024 il francesissimo (ma non parigino!) direttore Thierry Frémaux seguendo il suo stile vagamente pauperista e anticonformista (rispetto allo stile delle Cannes precedenti al suo insediamento) ha scelto (fuori concorso..) un film di quel poliedricone musicist-regist-autore che è Mr Oizo, ovvero (lui sì parigino, pariginissimo) Quentin Dupieux con questo strano ma sfizioso filmuccio (come tutti quelli di Oizo..) “Le Deuxième Acte” (Il Secondo Atto).

    Come film di apertura diciamo che siamo partiti benino ma leggeri leggeri… E un po’ di ragioni le possiamo sicuramente ritrovare nella storia produttiva del film. Quentin Dupieux è al suo terzo film realizzato in un anno… e un po’ si vede. (questi tre film ancora non sono stati distribuiti in Italia, ma almeno per la Deuxiéme Acte/Il Secondo Atto forse lo avremo se non in sala, molto probabilmente dal divano di casa grazie a mamma Netflix)

    Ovviamente a livello di scrittura-regia-produzione l’operazione per il tandem Dupieux/Netflix è un win-win: il film è anche un mirabile esempio di produzione furbissima e virtuosa. Fare un film è un’operazione decisamente complessa che richiede tempo e dedizione da parte di un vasto plateu di professioniste/i, maestranze, attori etc.. che hanno come culmine piramidale il faraone-regista che deve seguire tutto, ma proprio tutto… Immaginiamo quanto difficile possa essere fare tutto questo can-can tre volte nello stesso anno.

    Solo un tipo arguto e con un curriculum anticonformista come quello del buon Quentin (Dupieux, non Tarantino…) può riuscire a concepire e a portare a casa, con i dindi di Netflix, questo lavorino produttivamente intelligentissimo e semplice ma gustosamente cesellato da una ricca e sfiziosa scrittura (dialoghi eccezionali) e con argute trovatine drammaturgiche. Et voilà, il terzo film 2023 è servito! (“je suis fatiguè” – Quentin ha detto che nel 2024 vuole un anno sabbatico…).

    In effetti Le riprese del film si sono svolte dal 4 al 22 dicembre nel Périgord, Sud Ovest della Francia, in gran parte in un aeroporto privato convertito a ristorante agriturismo dagli scenografi nel corso di un mese. Il film è praticamente mono location (appunto un ristorante in mezzo al nulla) inframezzato da lunghi e brillanti dialoghi in “travelling” in mezzo a una brulla campagna autunnale. Vediamo gli attori fittamente dialoganti seguiti o preceduti dalla macchina da presa in lunghissimi (ma davvero lunghi) carrelli. (Spoiler: alla fine del film viene svelato l’arcano… vi è una luuuuuuunghissima inquadratura in piano-sequenza in cui la m.d.p. inquadra quasi sé stessa, ovvero si vede scorrere in una infinita immagine in movimento il luuuuuuuunghissimo binario simil ferroviario ove viene assiso il carrello con sopra la camera – comme c’est sublime! –. È forse questa immagine anche metaforica che ci vuole dire qualcosa? Mah..) Comunque immagino che per “mettere giù” (come si dice in gergo..) un binario così lungo, abbiano saccheggiato tutti i service del sud della Francia!

    Veniamo al cast: grazie alla riccona madre/matrona Netfix che ci mette i dindi, il cast è semplicemente stellare, ci sono attori francesi molto popolari all’estero e anche in Italia: Léa Seydoux, Louis Garrel, Vincent Lindon, che – si vede! – si sono davvero divertiti a prendere parte a questo strano, sagace, sfizioso filmetto.

    Un film decisamente “cinematografico” in senso lato e latente, un film di, da, per, con, su, tra, cinematografari cinefili e sedicenti tali che con la sua paracula simpatia potrebbe intrigare anche un pubblico generalista.

    Ma di che parla? Seppur praticamente girato in mono location la storia è complessa e stratificata e possiamo dire che il film potrebbe vagamente essere una via di mezzo tra il nostro Boris (dai dai dai!) e i Sei personaggi di un Pirandello rastafari dopo un paio di chilum. Sembra che si parli della storia di Florence (Lea Seydiux) che è determinata a presentare l’uomo dei suoi sogni, David (Louis Garrel), a suo padre Guillaume (Vincent Lindon). Tuttavia, David si sente proprio soffocare dalle morbose attenzioni di Florence ed escogita un piano per scaricarla verso Willy, un amico comune. Non si sa perché (chiediamolo alla prod. 😉 ) ma si sono dati appuntamento in un posto che sembra un vetusto ma dignitoso agriturismo nel greto del Tagliamento, dove poi scopriamo (ce lo dicono gli attori stessi guardando in macchina, abbattendo con ammiccamenti da avanspettacolo la “quarta parete”) che tutti loro sono degli attori impegnati nelle riprese di un film scritto diretto e prodotto da una Intelligenza Artificiale.

    – Al mio segnale via con le riflessioni sul metacinema e sulla pervasività e futuro delle applicazioni di AI in campo creativo e artistico! –

    Ovviamente qui il tutto è trattato in maniera superficiale e quasi farsesca senza approfondirne gli aspetti pratici.

    Una riflessione di certo mi viene da fare e che, per assurdo, se i mestieri più “tecnici” vengono assorbiti da una AI, lo spazio che rimane più “umano” è proprio quello degli attori, mattoni insostituibili, fin dalla notte dei tempi, antica Grecia compresa, della narrazione di storie.

    Dai dai dai….!!! (cit. Renè Ferretti – Boris)

    Pasqualino Suppa

  • NAPOLÉON C’EST MOI! – speciale festival di Cannes 2024

    NAPOLÉON C’EST MOI! SPECIALE FESTIVAL DI CANNES 2024

    Qualcosona si è mosso sulla Croisette in questo scorcio iniziale del 77esimo Festival di Cannes 2024.

    La pre-apertura è sagacemente affidata a un film “vecchissimo”: il quasi centenario super-mega-iper-ultra kolossal capolavorone muto del 1927 di Abel Gance “NAPOLÉON VU PAR ABEL GANCE” proiettato (spoiler: monoschermo!) in tutto il suo magico e potentissimo splendore in una nuovissima e filologicamente accurata versione (+20 minuti rispetto alla precedente) restaurata digitalmente nell’arco di un lavorone durato solo 16 anni (!) da parte della ineffabile Cinemateque Francaise.

    Ricordo che questo filmone con migliaia di migliaia di comparse, una marea di cavalli, cavallini e cavalloni, vagonate di armi, decine di vibranti battaglie, millemila facce e faccioni “napoleonici”, eccetera eccetera, in tempi non sospetti, ovvero già nel lontano 2001, fu proiettato (in pellicola!) in una versione precedente, al teatro “Giovannone” di Udine in occasione delle Giornate del Cinema Muto-Pordenone Silent Film Festival: troppo avanti!  Questo Napoleone è un super-mega-iper-ultra film sia nella durata (333 minuti, quasi 7 belle belle orette comode comode..) che nell’ultra innovativo formato:  nel ‘27, “Napoléon vu par Abel Gance” era oltre la mera sperimentazione,  abbondavano napoleonescamente le innovazioni tecniche ed estetiche, come ad esempio la pazzia, per l’epoca, delle macchine da presa montate sui  cavalli e il primo (e unico?) multiscreen della storia del cinema: il megagalattico trittico finale, dove si deve proiettare (e vedere!) il film su tre schermi contemporaneamente, e lo spettatore si ritrova in mezzo (e quasi calpestato?) in battaglia a cavallo! Troppo avanti! (NdR a Udine nel 2001 fu proiettato su tre schermi!)

    A Cannes invece per ora hanno proiettato solo la prima parte monoschermo della durata di circa 3 ore e 40, come pre-apertura del Festival nella sezione Cannes Classics. Poi il film intero sarà proiettato integralmente in un eccezionale evento film-concerto, con l’accompagnamento orchestrale, anch’esso molto napoleonico, di “soli” 250 musicisti di Radio France, alla Seine Musicale di Parigi il 4 e 5 luglio. Beato chi avrà la gioia di vivere questa potentissima esperienza di assistere a questo evento a dir poco eccezionale o meglio: super-mega-iper-ultra colossale!

    Pasqualino Suppa

  • Dalla Pedemontana al Danieli sempre con la valigia in mano

    DALLA PEDEMONTANA AL DANIELI SEMPRE CON LA VALIGIA IN MANO

    Il Friuli Occidentale vanta un’importante generazione di chef e maìtre che con la propria professionalità hanno viaggiato per il mondo portando con sé la nomea di friulani grandi lavoratori.

    Harry’s Bar, Cipriani, Danieli, Hotel Posta di Cortina e molti altri sono i luoghi iconici che hanno visto generazioni di cuochi e maìtre della pedemontana che prestare la loro opera; lavoratori di queste strutture ammantate di mito che fanno parte della storia e del costume internazionale.

    A tal proposito vi è anche una ricca aneddotica fatta di storie collettive e di singoli, storie che si sono andate a intrecciare con questi luoghi e molti altri poli ricettivi d’èlite internazionali.

    Tutto questo viene narrato nel film documentario del filmmaker e producer pordenonese Pasqualino Suppa dal titolo “COGHI e CUSINE – Storie di Emigrazione” la cui prima proiezione avrà luogo sabato 4 maggio 2024 alle ore 17:45 a Polcenigo presso il Teatro Comunale in vicolo del Teatro, 1.

    “Mi sono imbattuto fortuitamente nel libro di Nicoletta Bosser che racconta in maniera piuttosto dettagliata questo fenomeno migratorio del quale avevo sentito parlare. Successivamente mi sono recato a visitare il piccolo Museo dell’Arte Cucinaria di Polcenigo e mi sono reso conto della quantità di storie che questo fenomeno porta con sé.

    Abbiamo colto l’occasione di un bando regionale per la valorizzazione storica ed etnologica per poter materializzare tutta questa narrazione in un film documentario che cerca di restituire queste vicende anche grazie alle voci di chi realmente ne ha fatto parte.” Ha dichiarato Suppa commentando la realizzazione del film.

    Al progetto ha attivamente collaborato il Centro Turistico e Alberghiero IAL di Aviano, che, come viene narrato anche nel documentario, deve i suoi natali anche grazie alle esperienze e agli sforzi di alcuni grandi cuochi e maìtre “emigranti” che, una volta rientrati a casa, hanno generosamente messo a disposizione la loro preziosa esperienza ad altissimi livelli per tramandare e insegnare ai giovani. Vi è inoltre la collaborazione dell’associazione Cuochi di Pordenone, dei comuni di Polcenigo, Caneva, Budoia, Montereale Valcellina e dell’Ecomuseo Lis Aganis e altre realtà del pordenonese.

    Il film racconta dalla viva voce dei protagonisti tutte queste vicende di emigrazione e di grande lavoro e sacrificio e vuole restituire un racconto di come, ancora oggi, sia importante impegnarsi e lavorare costantemente per un fine. Il ruolo della narratrice è affidato alla grande attrice pordenonese Carla Manzon. La proiezione sarà seguita da una bicchierata conviviale presso i locali dell’attiguo Museo dell’Arte Cucinaria.

  • Il capitano Mariani torna in Friuli

    IL CAPITANO MARIANI TORNA IN FRIULI

    Mercoledì 24 aprile alle 17.30, nella sala Corgnali della biblioteca Joppi di Udine, un viaggio nel giallo con Giovanni Taranto, autore di “Mala fede” (Avagliano editore), in dialogo con Oscar d’Agostino.

    Il romanzo giallo, uscito a settembre 2023, è il terzo capitolo di una trilogia con il Capitano Mariani come protagonista. Ma tranquilli, se avete perso i primi due, “Mala Fede” è come “Un Posto al Sole” (la seguitissima e longeva telenovela ambientata a Napoli di cui sono un grande fan): si può cominciare da qui e ci si capisce alla grande.

    In questo episodio della saga, il capitano Giulio Mariani, romano ma “napoletano” per servizio, è alle prese con una spinosa indagine che oscilla tra il giallo poliziesco e atmosfere decisamente più insolite con scorribande nell’occulto. Mariani e i suoi finiscono in un mix di vendette, sette sataniche e piani letteralmente diabolici, forse collegati a un oggetto-simbolo adorato da milioni di fedeli. La missione del Capitano si rivelerà quasi più impegnativa di quella di codificare la ricetta ufficiale del Frico in Friuli (dove praticamente ogni borgo, ogni famiglia ha la sua!)

    Il libro propone anche un’attenta narrazione di eventi reali che hanno segnato il profondo percorso di fede e nuova conversione di Bartolo Longo, una delle figure più carismatiche del cattolicesimo, il cui passato oscuro è ignoto ai più.

    “Per fare un bel libro ci vuole una buona storia, e quella di Mala fede lo è, profonda, misteriosa e intrigante, di respiro internazionale”, ha scritto in quarta di copertina Carlo Lucarelli. 

       Il romanzo si è aggiudicato il Premio nazionale Meridies per la letteratura;

    • è stato al centro di un tavolo tecnico in Senato come esempio di letteratura capace di veicolare correttamente i temi della legalità e della lotta al crimine;
    • è stato adottato dalla biblioteca universitaria di Harvard, a Cambridge;
    • ed è recentissima la notizia che anche altre importanti realtà culturali degli USA stiano valutando il testo per acquisirlo nelle proprie raccolte librarie. 

    Dello stesso autore “La fiamma spezzata” (Avagliano 2021) e “Requiem sull’ottava nota” (Avagliano 2022) vincitore assoluto del Premio Mysstery al festival nazionale del giallo di Napoli e adottato per un progetto di lettura nell’istituto penitenziario minorile di Nisida sul tema del reclutamento dei minori da parte della criminalità organizzata. 

    Giovanni Taranto, giornalista professionista specializzato in cronaca nera, giudiziaria e investigativa, è stato autore di alcune delle più importanti inchieste sulla camorra e sulla mafia del Vesuvio, legata alla cupola corleonese. Già presidente dell’osservatorio anticamorra di Torre Annunziata, è attualmente vice presidente della Commissione Legalità dell’Ordine dei Giornalisti della Campania e condirettore di Social News. 

    Pasqualino Suppa

  • “COCORICÒ TAPES” Coccooo, cocco beloo…!

    Proseguono le serate di avvicinamento al Pordenone Docs Fest che si terrà dal 10 al 14 aprile a Cinemazero. Abbiamo incontrato, introdotto da Riccardo  Costantini, Francesco Tavella pordenonese classe 1981 autore di “Cocoricò Tapes” alla sua opera prima che ha fatto quasi sold out in tutte e due le salette Pasolini e Totò di Cinemazero.  Costantini presentando il film ci ha ricordato che quel cantiere che si vede davanti all’Aula Magna, sede di Cinemazero, diventerà presto una struttura in vetro-metallo che ospiterà una sala auditorium per eventi con una caffetteria e altri spazi che andranno ad ampliare l’offerta per la cittadinanza.

    “Andiamo al Cocco stasera?”. Cocoricò ovvero “Cocco” era il nome simpatico e confidenziale con cui i frequentatori abituali del Cocoricò (noi..) appellavamo questo locale notturno famosissimo di Riccione.

    Il regista Tavella per primissima cosa ci ha tenuto a farci presente prima del film che a lui “non fregava un caxxo di fare un film biografico sul Cocoricò.” Spoiler: crediamo abbia centrato il target. Alla fine del film c’è stato anche un piccolo dibattito anche con la presenza del direttore amministrativo del Cocco dell’epoca, Renzo Palmieri, che forse si è rivelato essere il vero “dominus” del film.

    “Cocoricò Tapes”, opera prima di Tavella, cerca di portarci negli anni ‘90, si vedono immagini di repertorio della caduta del Muro di Berlino. Non dimentichiamo che siamo pochi anni prima del nuovo secolo del nuovo millennio con tutto il suo corredino d’ordinanza new age e libertario che ne conseguiva.

    Vediamo anche una lunga intervista al mitologico inventore del Cocco, lo sfuggente e, a suo modo, geniale Loris Riccardi, che ebbe l’ardire  di “inventare”  il Cocoricò con scenografie e animazioni e performance cangianti e rinnovate ogni semestre, trasformando gli spazi del club rivierasco in una sorta di  non-luogo idolatrato dalle folle, le piste da ballo e le varie sale e perfino il bagno delle donne che diventano spazi di vita (notturnissima) e i vari privé dai nomi evocativi (Titilla, Morphine)  arredati come veri e propri luoghi performativi e funzionali al trasgressivo edonismo al servizio delle sub-culture di matrice elettronica e LGBTQ+ dei ruggenti anni ’90.  (A Berlino già si faceva da qualche tempo…)

    Ecco questa qua è tutta la storia. Oltre ai già citati vari materiali di archivio “mainstream” (principalmente da tg Mediaset, tipo il faccione di Emilio Fede e la Guerra del Golfo) che di tanto in tanto ci ricordano il periodo storico,  scorre per circa un’oretta questo flusso di tapes “casalinghi”, certamente ben “lavorati” e selezionati ma in funzione perlopiù  solo emozionale,  che ripete fino allo sfinimento quanto era figo il Cocco.  E sì! Non è un biopic sul Cocco.

    Oltre al lavoro certosino di cesello delle immagini di archivio possiamo comunque apprezzare un massivo lavoro di fotografia e di editing, e ha un suo perché anche la produzione e si vede anche che ci sono idee chiarissime in termini di marketing e promozione.

    Complessivamente anche le musiche di Matteo Valicelli, che pur non essendo minimamente coeve al periodo ma composte per l’occasione, in qualche modo riescono fornire una certa versione rassicurante dell’ambientazione sonora dell’epoca per chi non ha mai vissuto quel periodo e cercano di dare una dimensione di unità al film pur non restituendo molto la magia e le intense e peculiarissime vibes di quegli anni.

    La Sala Piramide (era una vera e propria piramide di vetro-acciaio come al Louvre!) era davvero, ma davvero!, un tempiaccio sudaticcio e pagano della musica Techno dei nineties e patria di tutte le sue mille derivazioni con un numero di BPM (bump per minute, l’unità di misura del ritmo) quasi sempre attorno o superiori ai 110 e con suoni molto acidi e battuti che erano uno dei reali fondamenti del genius loci del Cocoricò.

    Purtroppo anche  il tema (scottante??) del comunissimo e generalizzatissimo consumo di sostanze stupefacenti che era di prassi negli otre 5000/10000 visitatori abituali ogni weekend, uso anche idealizzato e  idealistico in quegli anni, viene liquidato assai sbrigativamente  sia con alcune affermazioni di Loris direttore artistico e di Renzo direttore amministrativo, che con una sorta di ellissi visiva nel film, quasi una sorta di cupa rimozione psicanalitica,  ove viene rappresentato metaforicamente  in maniera vagamente moralisteggiante  e scontata.  Questo un po’ ci addolora perché effettivamente se il Cocoricò ha avuto la potenza e il successo (e gli incassi stratosferici!!!) che ha avuto era anche grazie a questa “nuova” cultura del trascendente, dello sballo, del larghissimo consumo di MDMA e in generale di stupefacenti che avveniva profusamente in quegli anni e che hanno fatto la fortuna anche del Cocco.

    Forse sarebbe stato bello sottolineare, in maniera leggermente più incisiva, se non altro per motivi antropologici, questo interessantissimo e dibattuto fenomeno dalle dimensioni sicuramente non piccole e dalla portata socioeconomica e culturale assolutamente non trascurabile, anche per far capire genuinamente che tipo di atmosfera aleggiava.

    Erano tempi pre-internettiani in cui bastava dipingere un tizio di bianco e appenderlo a un crocifisso o per fare un po’ più di scandalo bastava un performer come il principe Maurice vestito da gerarca nazista ma con la parte di sotto in reggicalze e guepiere e un po’ di tipe/i carine/i a tetta/e e/o a culo/i scoperto/i  e in odor LGBTQ+.

    Insomma a parte il mega spottone emozionale di quanto è bello il Cocoricò (lo era!  ) non ci arriva moltissimo altro del vero spirito di quel delizioso antro infernale.

    Per chi lo frequentava in quegli anni, per chi aveva vent’anni a quei tempi, andare al Cocco era quasi come celebrare settimanalmente nel weekend una sorta di misteri eleusini, quasi ci si aspettasse una divinazione sul futuro, quel futuraccio pieno di incognite ma ricco di aspettative, c’erano grandi preoccupazioni ma anche grandi e forse ingenui ottimismi. (E lunedì, cascasse il mondo, di corsa e di nuovo in ufficio o in fabbrica a lavurà!)

    Però quel delizioso batticuore, quella sottile ansia ricca di aspettative per il futuro, che ti assaliva nel parcheggio quando vedevi le strobo lampeggiare selvaggiamente dalla piramide e sapevi che quella notte forse poteva cambiare la tua vita, forse lo potevi provare solo essendoci stato, al Cocco.

    Pasqualino Suppa

  • PN DOCS FEST APERTURA COL BOTTO: MEDIHA TVTTTTB <3<3<3

    Inizia col botto questa ricca e variegata edizione del Pordenone Docs Fest 2024 (fino al 14 aprile!) in una Sala Grande di Cinemazero (e Sala Pasolini in contemporanea!) piene in ogni ordine di poltrone e assediate esternamente dal cantierone per la nuova struttura in vetro-acciaio in costruzione appena appena ingentilita dalla bella mostra open-air sulla recinzione, di scatti di reportage (una carrellata di faccioni di ospiti cinematografari illustri, illustrati e illustrissimi che sono passati per Pordenone) di Elisa Caldana, storica fotografa che segue tutti gli eventi di Cinemazero.

    Il direttore del festival Riccardo Costantini, sul palco assieme a una emozionata Silvia Carobbio, una delle giovanissime selezionatrici che coadiuva il dir., nel saluto introduttivo di questa serata di apertura ci tiene (giustamente!) a far presente che c’è un grande lavoro di selezione e di coinvolgimento per riuscire a portare qui ai confini del regno film di grande qualità e spessore, poi al momento di citare e ringraziare tutto lo staff si emoziona pure lui e per un attimo ha la voce rotta (caroo). Effettivamente da assiduo frequentatore quale sono, di kermesse internazionali, ammalato da febbre cronica da festivals, posso tranquillamente affermare che non è cosa facile convincere autori e distributori internazionali a fare la loro première non a Roma, non a Milano, non a Parigi ma a… Pordenòn! Anche questo è un indubbio indicatore di qualità del nostro festival cittadino.

    Mediha è un film americano uscito nel dicembre 2023 del giovane regista newyorkese Hasan Oswald che ha vinto il Gran Premio della Giuria al festival Doc NYC a Nuova York per l’appunto qui a Pordenone in una ghiotta anteprima nazionale.

    Mediha era una bambina decenne di etnia Yazida quando nel 2014 viene rapita dai delinquenti criminali ipermussulmani di Daesh (Isis) durante quello che è passato tristemente alla storia come il massacro di Sinjar nell’Iraq nord occidentale al confine con la Siria, atto di inizio del genocidio dei curdi yazidi dove uomini e donne anziane sono trucidati in massa sul posto, mentre le donne e le bambine diventano schiave sessuali dei miliziani ed i minori sono arruolati come bambini soldato

    Innanzitutto c’è da dire che tutta la durissima violenza e terribili esperienze vissute si vedono assai nei generosi primi piani delle loro faccine, che si susseguono nel film, dove questi volti incisi di profonde e assolutamente inaspettate e immeritate rughe attorno agli occhi di Mediha schiava sessuale (15) e dei suoi fratellini bambini soldato (8,11) raccontano molto più di millemila parole.

    Nonostante la perfezione quasi maniacale nella confezione del film a tratti sembri offuscare questa potenza anche emozionale a favore di una levigatura formale molto molto curata, il film è potente e intenso. (che ci sia qui lo zampino dell’attrice hollywoodiana Emma Thompson paladina dei diritti umani e super mega icona di stile che nei credits figura come produttrice esecutiva?)

    Tornando alla storia, Mediha dopo il violento rapimento, per lunghissimi interminabili anni quattro (!!) viene usata e svenduta come schiava sessuale tra vari componenti di Daesh. Apprendiamo il suo racconto tramite una singolare e interessante forma di autonarrazione audiovisiva ove essa stessa con una telecamerina tascabile si riprende e si racconta, volentieri indugiando anche sulla sua immagine riflessa negli specchi.

    Ovviamente il film è anche ricco di sequenze girate ad hoc sia di stampo osservazionale, che altre in funzione più narrativa. La vicenda di Mediha è dispiegata da questi due punti di vista entrando e uscendo dall’auto narrazione che è il racconto del suo percorso per superare queste atroci esperienze e di come gestire lo stress post-traumatico (senza mamma e papà e con un fratellino ancora in mano ai cattivi.)

    Purtroppo la società yazida è ancora arretrata e a questa bambina ora 15 enne viene consigliato di non raccontare MAI le enormità che ha subito e le viene quasi ordinato di rimuovere il tutto e di non parlarne mai più.  Ma Mediha non ce la fa, non ne è capace, lei, ci dice in camera, ha bisogno di parlarne e di confidarsi e di raccontare.

    Il film si struttura nel racconto anche della ricerca dell’altro fratellino mancante e della mamma di cui pare si abbiano notizie che siano in un campo di rifugiati appena al di là del confine siriano o forse portati illegalmente in Turchia da delinquenti di Daesh.

    La vicenda è complessa e intrigante. Se c’è una cosa tra le altre che colpisce oltre la vicenda stessa di Mediha che è di un’ intensità e di una verità sconcertanti, è il fatto che questi Yazidi pur avendo subito delle violenze impensabili e un genocidio ferocissimo, non sembrano, nel film, covare sentimenti di eccessivo rancore, ma piuttosto un senso molto pragmatico di elaborazione fattiva del dolore tramite azioni di persone tipo agenti segreti, nominate nel film come “rescuer”,  che si occupano di rintracciare e riportare in seno alla famiglia e alla società yazida coloro le quali si ha notizia che siano ancora vive e in mano l’Isis/Daesh.

    Ciò che di emozionale forse è mancato durante il film c’è stato abbondantemente e copiosamente regalato durante il dibattito che ha seguito, in cui il regista Hasan Oswald ci ha spiegato un po’ la genesi del film e a un certo punto quasi a sorpresa c’è stato un collegamento in diretta con New York dove abbiamo avuto la fortuna di vedere sul grande schermo la faccia pigiamata a fiori di Mediha in persona ( a NY era notte fonda, e la ragazzina era ospite a casa dei genitori di Hasan) con la sua adorabile energia e la sua voglia di vivere, il suo sguardo profondo e ora molto più sereno e con lo spontaneo ottimismo di colei che ha superato prove durissime e che ancora spera (e merita!) tantissimo dalla vita. Devo dire che è stata molto intensa e dolcemente commovente, e per l’occasione le è stato assegnato il prezioso Premio Images of Courage 2024 che il Festival conferisce ogni anno con l’Ordine dei Giornalisti (Nazionale e del Friuli Venezia Giulia) e non ci dispiace sapere che essendo anche un premio in denaro questi soldi vengano spesi proprio da colei che ne ha bisogno nel luogo dove si sta rifacendo una vita e vuole continuare i suoi studi per diventare un attivista per i diritti delle donne che hanno subito violenza!

    Mediha Ti voglio tanto tanto tanto tanto bene <3<3<3

    Pasqualino Suppa